domenica 17 febbraio 2013

Eccessi legislativi

Ci sono momenti in cui mi stupisco della radicalitá dei legislatori brasiliani. L'entrata in vigore, nello scorso dicembre, della nuova Lei Seca, ovvero i nuovi articoli che puniscono chi guida in "stato di ebbrezza" (lo messo fra parentesi perché, vedrete a seguire, come basterá poco ad entrarci in questo supposto stato) rappresenta uno di questi. 
É risaputo che ci sono due modi per cui una legge non c'entra il suo obbiettivo di giusta regolamentazione della vita sociale: quando non é applicata e quando é applicata in misura eccessiva, sproporzionata e non progressiva. 
Sono del parere che la nuova legge peggiori, se mai poteva farlo, la precedente. É una mia opinione. Sapete che sono polemico e spesso controcorrente ma credo che, anche stavolta, molti condivideranno. 
Togliere gli ubriachi dal volante, sacrosanto diritto della societá organizzata, non coincide col criminalizzare chi ha bevuto un bicchiere di vino a cena, o anche due. I due casi dovrebbero essere trattati progressivamente, il primo con l'arresto ed il secondo con una multa, anche questa progressiva secondo il tenore d'alcol riscontrato. Invece, il Brasile, il paese dei 40000 morti ammazzati all'anno, la terra col piú alto tasso di omicidi al mondo, forse per farsi ipocritamente perdonare le mancanze nella sicurezza pubblica e le leggi molli come burro fuso, si introduce prepotentemente nel novero dei 12 paesi al mondo in cui mangiare un cioccolatino al Rum e guidare spalanca, se pescati in flagrante "delitto", le porte delle patrie galere. Attenzione anche all'uso "sconsiderato" di prodotti per l'igiene dentale a base di alcool, perché pure questi, se mai non dovessero farvi passare una notte in cella, vi alleggeriranno comunque di quasi 2000 reais. Bello vero? Giusto? Nel passato carnevale, festa grande in Brasile, 90 km di percorrenza sulla statale litoranea nel Ceará, tre posti di blocco in cui, di buona mattina, i solerti agenti dell'ordine cacciavano disgraziati che avevano magari bevuto due birre la notte prima ed il cui organismo, particolarmente pigro, aveva commesso l'errore di non smaltire a sufficienza l'alcool introdotto.
Da non credere poi con quale cipiglio e serietá si sostiene la tolleranza zero: opinione contrarie non si vedono ne si sentono oppure sono, come lo sará la mia, fortemente osteggiate ed additate come prodotto di menti perverse, dedite all'alcool e quindi fortemente sofferenti di stati allucinatori. 
Mentre la "giustizia" randellava nel buio i cittadini onesti alla caccia di qualche deficiente che si ostina a guidare veramente ubriaco, nelle periferie di Fortaleza, le note e permanenti bande di criminali se la spassavano, armati fino ai denti in barba all'altrettanto radicale legge del disarmamento (e magari pure ubriachi!), in decine di regolamenti di conti e lotte per lo spazio vitale di smercio del crack. Le cronache hanno registrato 60 morti nei 5 giorni del grande "feriadao", un incremento al giá triste bollettino dell'anno passato. Qui la tolleranza zero, purtroppo, siamo molto lontani dal vederla. In questi casi, la legge si tappa gli occhi ed accetta supina, la societá civile non reagisce, le punizione sono ridicole, altro che Lei Seca.
Io non mi oppongo al controllo ed al regolamento, che deve esserci. Sono contro agli eccessi i quali producono solo problemi per persone, in linea di massima civili e tranquille, e che si trovano ad essere criminalizzate piú di un qualsiasi ladro e di un falsificatore di carte di credito.
Pensate come staremmo tutti meglio nel vedere, invece, la giustizia e le forze dell'ordine attive nella repressione totale di tutti i traffici di droga e di tutti i criminali a piede libero che fanno di questo Paese una terra in cui, tutti i giorni, ci si arrischia a vivere.

sabato 12 gennaio 2013

Diritto di difesa

Da qualche mese ricevo, via facebook, notizie relative ai gruppi armamentisti brasiliani che si propongono di riportare, legalmente, il diritto di porto d'armi per il cittadino che ottemperi ai suoi doveri civili e che disponga di determinati requisiti psicologici. Attualmente, una politica scellerata cominciata con il regime di Lula circa 10 anni fa, impedisce, per statuto, di ottenere il porto d'armi, a meno che in casi rarissimi. Impedisce, di fatto, l'auto-difesa in un Paese in cui la Polizia stessa é spesso sotto attacco violento della criminalitá. 
La citata politica, chiamata "Estatuto do desarmamento" parte dall'errata conclusione che consegnando le armi in circolazione automaticamente si arriva ad una diminuizione di episodi criminosi ed alla tanto sospirata "pace sociale". La legge impone la resa delle armi al cittadino onesto, che rischia fino a 2 anni di carcere per un possesso illecito, mentre il criminale, notoriamente cultore del diritto, se ne frega, circolando senza problemi con le migliori armi importate e/o contrabbandate. Al contrario di ció che pensavano i creatori della legge, sognanti pensatori di una certa sinistra, che continua a ritenere che il popolo debba essere guidato come uma mandria di buoi, senza possibilitá di opinione e di reazione, i dati in possesso del folto gruppo armamentista, oriundi da molti paesi nel mondo e facilmente confrontabili, permettono infatti di vedere che, ogni volta che il cittadino abbia abbandonato la sua possibilitá di difesa, il crimine é aumentato drasticamente. In Europa, l'Inghilterra, che da qualche tempo adotta una politica disarmamentista, é il paese piú violento d'Europa. Il Brasile, dopo anni di sciagurato disarmamento forzato é ormai il paese piú violento al mondo. E sí, ripetiamolo, signori cari, anime belle che ancora credono alle favole: sono piú di 40.000 morti ammazzati all'anno. 3600 solo nello Stato de Ceará. Una decina ogni fine settimana nella Grande Fortaleza. Ed in barba al disarmamento, la grande maggioranza muore a colpi di pistola. I dati sono disponibili presso i seguenti link www.defesa.org ; www.facebook.com/campdoarmamento ; www.twitter.com/campdoarmamento ; www.youtube.com/campdoarmamento.
Consiglio vivamente di dargli un'occhiata perché chiarisce ampiamente i vari miti da sempre bandiere degli onirici governanti brasiliani, troppo portati a correre a velocitá cosmiche (come i loro introiti), pensando che questo Paese possa imitare e seguire in pochi anni  lo sviluppo sociale europeo conquistandone i vantaggi. Meglio farebbero a pensare a quello che hanno a disposizione ed a come arginare il fenomeno che porta gente normale a morire agli angoli di ogni strada e nelle proprie residenze, in migliaia di rapine, tentate rapine, sequestri, sequestri lampo, chegadinhas e saidinhas e via dicendo con tutta una serie di nomi coniati per necessitá, laddove la lingua nenche ne prevedeva un uso.
Il brasiliano, in se, non é un violento ne un criminale nato. É un popolo tranquillo e pacifico in cui qualcosa peró ha smesso di funzionare e la legge, che dovrebbe precedere i tempi, ancora non  ha neanche valutato se esiste un problema. In un referendum, quasi il 70% ha votato per la modifica all'attuale Statuto: il Governo, che si dice democratico, non ha nemmeno battuto ciglio, continuando sulla propria catastrofica strada. 
E per caritá, fra due anni ci sono i mondiali, perció che le organizzazioni internazionali non disturbino i manovratori, sottolineando qulache migliaia di morti vittime di violenza criminale.
Le cose ancora possono essere cambiate ma occorre uscire da quest' inerzia pericolosa, che porta a pensare che nulla possa essere fatto o peggio, che il crescente miglioramento economico possa, da solo, sistemare tutto. Occorrono governanti pragmatici, realisti e che vivano il mondo dei milioni di de Santos e da Silva, che sentano nelle ossa il dolore per la perdita di uomini e donne, caduti in una guerra a cui non concedono neanche le armi per combatterla.
Io non sono a favore degli armamentisti cosí, per un desiderio di vendetta o per rifiuto ad altri sistemi: semplicemente proverei, come proverei a mettere in galera i sedicenni oppure a reintrodurre l'ergastolo. Proverei anche questo sistema per vedere se non abbia effetti benefici, gli stessi effetti benefici che doveva avere il disarmamento e che invece ci lascia, quotidianamente, tragiche vicende e statistiche drammatiche in continuo peggioramento.

mercoledì 14 novembre 2012

Dilaga la violenza: vietato illudersi.

Criminalitá: autobus incendiato in San Paolo
Volevo titolare: "Allarme in Brasile: attacco allo Stato". Poi mi é sembrato troppo cinematografico... ed inoltre qui non si allarma proprio nessuno, neanche di fronte a centinaia di morti. Tutto sembra infatti scorrere imperturbabile nel grande Paese sudamericano; tutto sembra diluirsi nella sua straordinaria predisposizione alla rimozione della realtá, al non affrontare mai nulla con realismo e pragmatismo, forse per evitare di esere confusi con i signori che occupavano le poltrone di comando nei violenti e dittatoriali anni 70. Di cosa parlo? Degli attacchi condotti a partire da ottobre, ripetutamente, giornalmente, alla Polizia di San Paolo, ai suoi cittadini ed ora anche a quelli dello Stato di Santa Catarina, forse il piú tranquillo ed avanzato del Brasile. Sono ormai quasi 100 i poliziotti morti durante le ultime settimane. Piú che in una guerra moderna, combattuta con armi intelligenti. Decine i civili vittime degli attacchi condotti da manovalanza criminale debitamente pagata ed armata dai capi delle fazioni criminali, sia liberi che incarcerati. Proprio questa differenza é oggigiorno sempre piú labile, visto che le carceri in Brasile sono piú simili ad un grande casino che ad istituti che dovrebbero punire e risocializzare: entra di tutto, droga, armi, telefoni, puttane. Per alcuni anche confort di alto livello. Permessi d'uscita facili e visite "intime". Da lí dentro, si ordinano i crimini. Regolamenti di conti con poliziotti o sfide aperte alle autoritá che da tempo hanno ceduto ai ricatti e magari alle lusinghe di certi personaggi. Tristissimo pensare ai tanti morti, alle decine di innocenti massacrati ed alle loro famiglie distrutte nel dolore di un Paese che suona l'inno nazionale nelle partite di calcio di serie C ma che non ha il coraggio di mettere una bandiera per coprire i corpi, insanguinati al suolo, dei tanti veri martiri brasiliani di tutti i giorni.
Del resto il Brasile é oggi il paese al mondo in cui avvengono piú omicidi: 41.000 all'anno secondo le ultime statistiche. Piú dell'India, grande 5 volte tanto, del violentissimo Messico dei cartelli di narcotrafficanti, della popolosissima Indonesia, colpita da guerre religiose e razziali. Ebbene si, il Brasile, quel meraviglioso paese mostrato nei suoi colori e nelle sue musiche in mille seducenti maniere;  spiagge meravigliose, caipirinha, gente cordiale ed operosa; la terra promessa per investitori rampanti ed il luogo ideale dove svernare per migliaia di pensionati italiani, magari al secondo o terzo divorzio, che qui trovano una ennesima giovinezza accanto a qualche esotica ed affettuosa nativa. Ebbene si, dicevo, il paese appena descritto é leader assoluto in violenza. Poco importa se a morire, in massima parte, siano  drogati, negri, poveri e, magari e purtroppo, poliziotti. Chi puó essere cosí egoista da dire: "Io non rientro nelle statistiche. Muoiono solo nelle favelas. Vedi che di stranieri ne ammazzano pochi!" Chi puó essere felice in una situazione simile, quando il giornale mattutino ti riversa il numero dei morti, degli autobus incendiati, degli innocenti vittime di pallottole smarrite, dei commissariati mitragliati? Chi puó ignorare che si vive sempre in uno stato di perenne tensione ed insicurezza? E soprattutto: chi puó ignorare l'inefficienza di un paese, la cui dirigenza, in un eterno scaricabarile federale tra Stati e Unione, é incapace di arginare tali fenomeni?
Ma la colpa di tanta criminalitá, non era stata indicata da centinaia di psicologi, nella profonda povertá ed emarginazione in cui si trovava una grande parte della popolazione? Ed ora, con il Paese in piena corsa economica, le tante decine di milioni che la propaganda governativa attesta come fuoriusciti dalla "linea di povertá" ed entrati, gloriosamente, in quella classe media, spendacciona, ottimista e vitaiola, non avremmo dovuto assistere ad una diminuzione delle morti? Vuoi vedere che i tanti progressisti si sbagliavano e che invece servirebbe solo un po' di punizione?
Qualcuno, lo so, scriverá che sono specialista nel mostrare i difetti e che non parlo mai delle cose belle che il paese offre. Forse é perché non le vedo, oppure, meglio, perché non ne vedo piú molte. In questo mio diario di terra brasiliana, riporteró di anno in anno la situazione della sicurezza civile e sociale, sperando che un giorno, in un post futuro, si possa commentare con immenso piacere la "straordinaria riduzione delle vittime di violenza in Brasile". Saluti a tutti voi.

sabato 15 settembre 2012

Il voto in Brasile: trionfo o tonfo della democrazia?


Elezioni in Brasile 2012. Potrebbe essere una cosa seria: dovrebbe. Una democrazia nuova, uscita da un trentennio da una dittatura soffocante; un Paese in crescita, con un potenziale umano e economico enorme; un sistema di voto moderno, effettuato tramite appositi computer, é in grado di evitare brogli, confusioni ed errori e consegna al popolo il risultato poche ore dopo la chiusura dei seggi. Alla faccia dell'Italia, col suo medioevo fatto di matite e schede piegabili che, una volta aperte, si trasformano in un lenzuolo matrimoniale. Dispone, il Paese sudamericano, anche di un complesso sistema di controllo basato su un ramo parallelo della giustizia, con Tribunali Elettorali presenti in ogni Stato e con ramificazioni municipali. Fin qui il lato positivo. Passiamo allora ad analizzare la campagna elettorale in corso. Si vota per le amministrative comunali, sindaci e consigli comunali: immaginate un ex Presidente della Repubblica, da molti indicato come un Padre della Patria, da altri, pochi, come un demagogo che per molto poco é sfuggito alla giustizia, qualche anno fa, quando i piú alti dirigenti del suo onesto partito sono stati cassati dai loro compiti pubblici (tuttora sono in attesa di giudizio per i reati commessi), immaginatelo dicevo, prestarsi a ridicoli siparietti elettorali in cui appare, come un buon padre di famiglia, con il candidato sindaco di una capitale nordestina che se lo guarda come fosse un santo e lo ricambia con affettuosi sorrisi e cenni d'approvazione; oppure peggio ancora: una Presidente in carica, simbolo della Nazione intera, apparire in televisione ad ogni orario, in spot in cui cita improbabili diminuizioni del prezzo dell'energia elettrica come risultato "fortemente voluto dal governo del suo partito per il popolo" e subito dopo, senza cambiare colore, giá che rosso era e rosso é, appare il citato candidato a sindaco, beandosi di avere gregari di tal fatta a tirargli la volata, sicuramente vincente. Anche altri partiti non scherzano. Governatori impegnati spudoratamente a favore di uno o dell'altro; senatori eletti e deputati ecc. ecc. É democrazia mischiare cosí le carte? Tre mesi di campagna elettorale, signori, e non si é visto, almeno qui da me, un dibattito con tutti i candidati. Il lavaggio del cervello di un popolo pochissimo culturalmente educato e pochissimo informato, lo fanno le macchine con le foto dei candidati e gli slogan di campagna, sulle note di capolavori musicali come "eu quero tchu eu quero tcha" e "ai se te pego", a tutto volume. Oppure poveri derelitti disoccupati che stanziano per giorni, mesi presso gli incroci, sorreggendo una bandiera con il numero o la foto, del candidato, svogliati e disinteressati: conta solo guadagnare qualcosa e poi vinca chi vuole. Nessun dialogo, nessuna contrapposizione dialettica, pochi comizi, demagogia a fiumi; nell'interno peggio ancora: il voto scambiato per sacchi di cemento, mattoni o favori di vario genere. 
Aggiungiamoci che il brasiliano appartenente alle classi meno abbienti, la grande maggioranza, non ha opinione politica, non é informato, non ha studiato e vota unicamente basato nei suddetti sistemi d'informazione ai quali si aggiungono gli innumerevoli sondaggi di voto che spingono il poveretto a votare per "il candidato che vince perché non voglio buttar via il mio voto" (parole vere!). 
É un vero peccato, lo dico con tristezza. Il Paese non se lo merita ed i brasiliani nemmeno. Purtroppo continuerá cosí e gli effetti nefasti di questa discutibile forma di esercitare il proprio diretto di rappresentanza, li vediamo nella vita di tutti i giorni: ospedali affollati senza assistenza, criminalitá dilagante, droga ovunque, opere pubbliche che si dilatano in tempi biblici, corruzione, scioperi, burocrazia.
É strano vedere come da queste parti nessuno si scaldi molto e le cose che ho scritto sembra che le penso solo io e pochi irriducibili polemici, in massima parte stranieri.
Teniamo duro comunque! Ma secondo voi, chi le vince le elezioni? Il candidato appoggiato da ex presidenti e Presidenta o quello appoggiato dal Governatore? Oppure quello con buone idee e tanta volontá di far bene ma senza padrino eccellente? Il risultato nelle prossime settimane!

giovedì 21 giugno 2012

Fra insicurezza, cinismo ed opportunismo, chi paga é sempre il Popolo.

Straordinario il passare del tempo. Nel riaprire la pagina del blog mi accorgo di esservi stato assente da ormai sei mesi. L'ultimo blog poneva in risalto il problema della violenza, che io ritengo il principale in Brasile. Non si puó vivere senza libertá e non si puó vivere circondati dal rischio. Ebbene, come molti di voi immagineranno, il problema é ancora insoluto. Niente é cambiato, anzi forse addirittura peggiorato, promettendo ai cittadini ancora il brivido di vivere in un paese in guerra, come citato nel precedente post. Sotto l'azione costante dell'ipocrisia e del cinismo, i governanti brasiliani preferiscono fingere che il problema non esiste. Perché cambiare le Leggi? Perché ristrutturare il derelitto sistema penitenziario? Meglio far notare quanto é forte l'economia del Paese (altra bufala visto che siamo il Paese che meno cresce nell'America Latina dopo S. Salvador) quanto e rigogliosa la nuova classe media (che sguazza in un mare di prestiti e finanziamenti a tassi orripilanti del 100% annuali, quando va bene), quanto forte sono le industrie esportatrici (pochi gruppi multinazionali o monopolisti nazionali).
Allora, per cambiare un po' e raccontarci su qualcosa di differente dopo tanta violenza e disgrazie, il post di oggi, lo dedico alla Petrobras. La Compagnia Statale, monopolista intoccabile, protagonista lo scorso anno di un aumento di capitale da Guinness dei Primati, primatista mondiale anche nelle fantasmagoriche cifre che riguardano i suoi progetti d'investimento, quotati 225 miliardi di dollari nel piano quinquennale di sviluppo presentato l'anno scorso, ha attualmente deciso una strategia di austerity, procedendo al taglio di circa 8 miliardi  di dollari di progetti d'evoluzione.
La sua Presidente, che dicono i ben informati abbia cominciato in azienda ai livelli piú umili (proprio come il nostro indimenticabile Fantozzi), ha deciso di spingere su questa linea perché le Borse Valori apprezzano le aziende che effettuano tagli a progetti e programmi ancora embrionali (dirottando, aggiungiamo noi, magari, le ingenti risorse risparmiate verso altre speculazioni). La grande Impresa di Stato ha deciso quindi di tagliare, guarda caso, fra  i tanti, anche un progettino che riguarda molto da vicino noi abitanti del Ceará: la Raffineria. Vabbé, direte voi, sono strategie industriali... Oltretutto serpeggia la crisi mondiale, la retrazione dei consumi, il surriscaldamento globale, la febbre aftosa e decine di altre piaghe e quindi si puó benissimo risparmiare quei miliardi, che oltretutto andrebbero "solo" a creare una decina di migliaia di posti di lavoro, ad elevare il PIL regionale ed il PIL pro-capite in una regione dove quest'ultimo é fra i piú bassi se comparato con la media nazionale... Sui giornali di oggi compare peró una notizia: "Petrobras convince la Presidente Dilma ad aumentare la benzina del 10%". Come, dico io, fammi leggere bene... Si, proprio cosí. La Compagnia ha assoluta necessitá di provvedere all'aumento dei prezzi dei carburanti perché, secondo la sua Presidente "i prezzi attuali avevano creato un ristagno nella generazione di flusso di cassa, venendo l'Impresa a difettare di risorse necessarie per gli investimenti"!!  Signori, tutto il mondo é paese e chi paga, alla fine, é sempre e solo il popolo. Buon viaggio in Brasile a tutti!!

sabato 14 gennaio 2012

Un Paese in guerra contro se stesso.

Per qualche mese ho vissuto come allucinato. Da una parte l'ottimismo generato dalle costanti notizie sul grande balzo compiuto dal Brasile nella classifica delle maggiori economie mondiali: Superata l'Italia! Superata l'Inghiterra! Sembrava quasi una gara di staffetta olimpica... Dall'altra le grandi opere ed i grandi progetti che cominciano ad apparire, qua e la, a Fortaleza: L'enorme Centro d'Esposizioni, il faraonico progetto di riordino della Beira Mar, il Grande acquario, la gente felice nei negozi pieni...
Oggi invece sono tornato alla triste realtá. Cominciamo l'anno ritornando a descrivere quel Brasile che conoscevo e che sapevo che non era scomparso. Una ONG internazionale ha divulgato una speciale classifica dove, ancora una volta, il gigante sudamericano é campione: 14 cittá brasiliane fra le cinquanta piú violente ed il terzo posto assoluto conquistato da Maceió, con Fortaleza che si piazza "solo" al 37º posto, con 43 omicidi ogni 100.000 abitanti.
Gli amici bene informati diranno che comunque i morti sono tutti di aree socialmente degradate, vittime della droga, trafficanti, malviventi ecc. e che pochi di coloro che vivono onestamente si aggiungono ai tristi numeri delllo studio menzionato; ma ció non toglie che chiunque qui senta il clima di profonda insicurezza dovuta al fatto che i signori facenti parte del gruppo dei malavitosi, non hanno l'abitudine e nenche il dovere di stare in fetide periferie ma, spesso, si propagano verso quella che é ritenuta la cittá della "gente normale", nella quale praticano scorribande di ogni genere a danno del secondo gruppo citato, ossia quello dei cittadini normali. Aggiungo che anche nelle periferie, fetide o no, vivono tante brave persone alle quali bisognerebbe dare una medaglia al valore di guerra per resistere indomiti in zone di combattimento.
Questa é la guerra di cui accennavo nel titolo: Una popolazione criminale che combatte una popolazione che si sforza di vivere nella normalitá, seguendo le leggi e piú ancora, una giustizia ceca, ipocrita, scadente, boriosa e classista che si ostina a non vedere ció che accade, unita ad una classe dirigente di politici flaccidi, straricchi, senza amore verso la Patria, tutti orbi davanti alla situazione di straordinaria emergenza in cui versa la "sesta economia del mondo", i cui cittadini onesti sono sotto attacco costante
da parte di una criminalitá sempre piú organizzata e sempre piú ben armata.
Nulla funziona: ne lo Statuto del Disarmamento, una pagliacciata che ha, forse, peggiorato la situazione, ne la deprecabile situazione penitenziaria, ne le leggi, deboli e studiate da politici sognatori i quali passano piú tempo in Svizzera che in Patria. Solo cosí ci si spiega il perché di un ordinamento penale che non permette di condannare un assassino di 17 anni oppure che permette ad un assassino condannato di uscire dopo 3 anni.
I sociologi, strani scienziati perlopiú di sinistra, vedevano nella differenza sociale la colpa: la miseria genera la violenza, dicevano. Si sono dimenticati di citare paesi come l'India, con lo stesso grande strato di popolazione emarginata ed in situazioni estreme e che nella classifica delle cittá violente non appare neanche! Ma come é possibile dottori? Nessuna risposta da parte dei santoni lulisti di casa nostra. Forse sono troppo occupati a scegliere il colore del nuovo SUV.
L'ottimismo mi é passato. Oggi sono tornato ai vecchi tempi, se qualcuno vuole rispondermi dicendo che "ce lo su col Brasile" lo faccia pure. Io prego che non si trovi mai fra le vittime di quelle statistiche e che soprattutto le cose possano modificarsi.
Ma mi é difficile pensare chi o cosa possa cambiare la situazione: se essere la sesta potenza non aiuta, ci salvi Dio.

domenica 25 dicembre 2011

Investire in Brasile: cautele e considerazioni

Non sorprendono affatto i dati pubblicati recentemente sui giornali del Cearà che riportano le statistiche effettuate dal MTE (Ministero del lavoro e impiego) relative all'anno 2011 e dalle quali risulta che il Cearà è il secondo Stato della Federazione, dopo San Paolo, ad attrarre capitale di Persone Fisiche straniere. Sono stati più di 30 milioni di reais i trasferimenti di valuta effettuati da stranieri, la grande maggioranza orientati all'ottenimento del famoso visto per investitore.

Non sorprende neanche che i primi in ordine di spostamenti di capitali in questa classifica sono ancora una volta gli italiani, che battono gli spagnoli ed i cinesi. I nostri connazionali sono da ormai un decennio fedeli supporter della vita alle latitudini tropicali brasiliane, della quale hanno apprezzato praticamente tutto e per la quale hanno lasciato la tranquillità e sicurezza delle terre natali. Non parleremo oggi se hanno fatto bene o male e se fanno o faranno bene o male coloro che li seguiranno: credo che nel blog io abbia espresso più di una volta la mia opinione ed abbia spesso consigliato di effettuare questa scelta con molto ed approfondito studio e non guidati unicamente dalle prosperose ed esotiche bellezze conosciute durante le agitate ferie oppure da una spasmodica quanto irrefrenabile voglia di scappare da quello che fino a ieri era uno dei migliori paesi al mondo dove vivere.

Parleremo quindi di ciò che io credo sia basilare sapere circa il famoso visto d'investimento e di come la fiorente economia brasiliana stia richiedendo cautele e disponibilità finanziarie ben superiori ai valori prefissati per ottenere il tanto sospirato documento.

La legge attuale, e sottolineo attuale perchè è mia opinione che presto possa cambiare in senso restrittivo, prescrive che per ottenere il visto, che consente all'imprenditore di seguire i suoi investimenti all'estero, si debba versare al Banco Central un valore di 600.000 Reais oppure un valore minore, 150.000 Reais ma unicamente per progetti d'impresa che prevedano la creazione di almeno 10 posti di lavoro. La prassi prevede la creazione di una società oppure la modifica di una già esistente, avente comunque un amministratore con lo status di cittadino brasiliano o residente permanente ed il deposito del valore citato, via registro al Sisbacen (Banco Central). Il progetto sarà analizzato dal MTE e, se ritenuto valevole, sarà approvato. Qui cominciano i distinguo; finora qualsiasi progetto era approvato senza condizioni ma attualmente, con la grande richiesta in atto, è opinione diffusa che il MTE porrà qualche condizione che porterà alla negazione del visto per progetti imprenditoriali di cui si nota già una certa ridondanza o di altri in cui non si evince la sicura creazione di posti di lavoro. E' ipotizzabile un cambiamento di assetto nelle decisioni riguardanti la concessione di visti per investimenti, in momenti in cui l'economia europea ristagna o retrocede ed in cui si scambierebbe troppo facilmente l'opportunità di un visto imprenditoriale con il salvagente per scampare all'imminente naufragio del Titanic.

Un altro punto su cui vorrei che i lettori si soffermassero è che il valore di 150.000 R$ è attualmente, considerando il costo della vita di una metropoli come Fortaleza, in cui il metro quadrato commerciale ha raggiunto valori elevatissimi, inadatto ad ipotizzare un'impresa che restituisca un minimo di rendita nei tempi previsti...aggiungo di passaggio che l'impresa moderna, anche la minore, ha bisogno di capitali di giro che coprano almeno il primo anno di esistenza. Il nostro imprenditore dovrà pensare anche a sopravvivere almeno nei primi mesi, acquistare un'abitazione decente, un'auto ed a mantenere una qualità di vita compatibile con quella europea, quindi non scartando assolutamente una buona assicurazione sanitaria per sopperire all'inefficiente Salute Pubblica Statale.

Ricordo infine che il visto per imprenditore è sempre soggetto all'effettivo risultato prodotto dall'azienda installata: già al termine del secondo anno vengono tirate le somme, calcolando le assunzioni effettuate,tasse e contributi versati, ricchezza prodotta e potenziale di sviluppo.

Insomma, posto comunque che esistono casi e casi e che uno con un po' di fortuna uno potrebbe riuscire nell'intento di stabilirsi come imprenditore nel Nordest, spendendo solo i fatidici 150.000, io invito i tanti italiani interessati a considerare che il tempo in cui uno poteva inventarsi una vita vendendo noci di cocco su una spiaggia è definitivamente finito, grazie alla globalizzazione. Bisogna valutare che i soldi versati per ottenere il visto non siano per niente sufficienti al raggiungimento dell'obbiettivo: le attività, come la vita, si basano sull'equilibrio. E' necessario combustibile sufficiente al raggiungimento della velocità di fuga per entrare in orbita, altrimenti si rischia una caduta in verticale dalla quale non si sopravviverebbe certamente.

Tanti saluti a tutti ed i migliori auguri per il prossimo 2012!